Terza Missione

Santo Burgio
 
Le missioni” dellUniversità tra società e scuola
 
La storia dell’università contemporanea registra un duplice movimento che non è eccessivo definire strutturale e che risulta in certo modo legato in modo consequenziale. In primo luogo, ai compiti tradizionali di conservazione, rigenerazione e produzione del sapere, si è aggiunto quello riassumibile nel termine ‘disseminazione’, sotto il quale potremmo in sostanza comprendere tutte quelle azioni che ricadono sotto il concetto-ombrello di ‘terza missione’. In questo ampliamento dei compiti - che assume dunque i compiti tradizionali come propri delle due missioni del formare e del ricercare - ha di conseguenza innescato il secondo movimento, la tensione del vertere ad unum già inscritto nell’etimo dell’universitas e che ora non riguarda solamente la coerenza fra didattica e ricerca, ma anche una più ampia coerenza con la disseminazione. In altri termini, il crescere di rilievo della terza missione non consente più di considerare il ruolo dell’Università dal punto di vista del capitale sociale come una conseguenza implicita della sua natura di capitale culturale, ma fa emergere la necessità di una parte attiva e consapevole dell’Università come attore peculiare caratterizzato dall’identità fra capitale sociale e capitale culturale.
L’assunzione consapevole della propria natura di attore sociale sta modificando in realtà anche la percezione dei mandati interni a ciascuna missione. Se partiamo dalla prima missione, quella della formazione, se il mandato più strettamente formativo rimane com’è logico ancorato all’attività di trasmissione intergenerazionale del sapere e alla riflessione sugli strumenti didattici più idonei a realizzarla, la crescita di attenzione per la terza missione oggi rende molto più sensibile l’università all’altro suo mandato interno alla sua missione formativa, quello che potremmo definire mandato istituzionale relativo alla formazione dei ceti ‘dirigenti’. La questione è interessante perché per decenni questo era un mandato che ha visto una lunga disputa fra “umanisti” (storici e filosofi, in particolare, e poi anche gli scienziati sociali) e “giuristi” alla luce di una lettura prevalentemente politica del termine ‘ceti dirigenti’; lasciando ai margini, invece, le facoltà dedite alle scienze dure. L’emergere della terza missione sembra avere riscritto la questione, proprio attraverso una concezione allargata del concetto di ‘ceto dirigente’, che sottolinea come un percorso formativo universitario debba insieme comportare una auspicabilmente matura assunzione di responsabilità rispetto ai processi decisionali che i livelli professionali dell’alta formazione implicano, che si lavori in un laboratorio farmaceutico o chimico, in una azienda pubblica o privata, a scuola, in un tribunale. Il che, sia detto per inciso, spiega i pesanti livelli di frustrazione dei laureati che finiscono per lavorare nei call-centers o dietro la cassa di un supermercato - tutti i lavori sono nobili, naturalmente, ma è ovviamente più complicato da accettare da chi per anni nelle aule universitarie viene preparato ad essere, nel suo ambito e livello di pertinenza, responsabile ceto dirigente. Infine, ed è forse l’aspetto più macroscopico, la valutazione degli impatti della formazione dal punto di vista della terza missione è diventato un elemento rilevante nella formulazione dell’offerta didattica dei corsi di laurea triennali e magistrali.
Per quanto concerne la ricerca, anche qui è possibile avvertire una parziale mutazione prospettica. Se rimane indiscusso che la ricerca è il fondamento indispensabile della didattica, pena lo scadimento della formazione (ed è forse il caso di ricordare quanto proprio su questo punto in Italia si stia giocando da anni una partita forse decisiva fra atenei settentrionale e atenei meridionali, con regole del gioco nemmeno troppo leali), la ricerca, per parte sua, è divenuta ben più sensibile alla sua contestualizzazione, ovvero al peso delle differenze territoriali anche quando, in linea con una logica glocal, i progetti di ricerca vengono giocati e sviluppati in reti più ampie e dentro connessioni globali. E’ peraltro facilmente comprensibile come osservare questo processo a partire dal punto di vista del decentramento probabilmente acuisca la sensibilità verso questa aspetto, ossia verso la necessità di mantenere un equilibrio fra le ragioni - e le attese - dei territori e la necessità non solo di rimanerere fedeli ai livelli internazionali della ricerca, ma di costruire una coerenza virtuosa fra i due elementi. 
Venendo ora allo specifico della terza missione, ad oggi essa appare presentarsi come un concetto “ombrello” con una triplice articolazione. La prima è quella dell’innovazione e del trasferimento tecnologico: proprietà intellettuale e dei brevetti, relazioni con le imprese (spin-off, incubatori, consorzi), ricerca su commissione (“conto terzi”); si tratta di uno spazio nel quale le facoltà scientifiche in particolare non sembrano aver avuto grosse difficiltà a trasferire una serie di attività che già tradizionalmente svolgevano; la questione, casomai, è di verificare in che misura si osservi anche la natura sociale di queste azioni e in generale della ricerca; se, per fare un esempio, penso al lavoro versatile del gruppo di fisici dell’ateneo catanese che si occupa di reti complesse - lavoro ad intensa vocazione interdisciplinare e con ovvie (e meno ovvie) superfici sociali di contatto - la risposta può senz’altro essere positiva. La seconda articolazione è quella dell’ educazione permanente (lifelong learning): ambito oramai estremamente presente anche nel discorso pubblico, rispetto a cui l’università, a parte lo strumento già più consolidato dei masters, sta proponendo strumento di aggiornamento più agili e più facili da gestire, come corsi di specializzazione, attività di aggiornamento didattico per i docenti nelle scuole, summer e winter schools; in questa prospettiva, una direzione su cui è presumibile immaginare si dovrà lavorare con più intensità nel prossimo futuro è quello dell’insegnamento a distanza, che in varie realtà europee offre esempi di grande qualità, mentre in Italia all’ambito del telematico spesso si associa (a torto o a ragione, per carità, i casi vanno sempre verificati uno per uno) un valore più discutibile. Infine, terza articolazione è quella del social (o public) engagement, un termine che è un po’ un ombrello nell’ombrello, raccogliendo le più svariate azioni, come gestione di attività e beni culturali (eventi, musei, biblioteche, archivi, immobili storici, scavi archeologici), tutela della salute pubblica (azioni di informazione, sperimentazione clinica), orientamento e placement, comunicazione e divulgazione scientifica. Si tratta, evidentemente, dell’ambito in cui la contestualizzazione è un elemento costitutivo e le superfici di contatto con la società più visibili. Ci limitiamo a qualche esempio specifico riferito naturalmente alle attività che la SDS di Ragusa ha cercato di mettere in campo negli ultimi anni: interventi nel settore del turismo culturale - rispetto a cui va tenuta altresì in conto anche la riformulazione dell’offerta didattica della laurea magistrale; l’interfaccia con associazioni e ordini professionali a proposito delle questioni di genere; partecipazione a momenti ed eventi di disseminazione culturale in collaborazione con diversi enti in città. Di particolare rilievo generale, all’interno della terza missione, risulta il coordinamento Università-Scuola: coordinamento che fuor di dubbio accresce l’impatto del moltiplicatore di valore e la produzione critica di beni pubblici educativi, sociali e culturali. Anche qui citiamo alcune delle attività recenti della SDS: corsi per l’aggiornamento dei docenti di lingue; corsi linguistici CLIL; azioni di orientamento alla scelta universitaria; politiche orientate di tirocinio (si pensi solo al valore sociale delle politiche linguistiche ai fini dell’integrazione); la partecipazione al Tavolo dell’Alleanza Educativa promosso dalla Cattedra per il dialogo fra le culture della Diocesi di Ragusa; i progetti di alternanza: due già realizzati sui sistemi di accoglienza e sui beni culturali; due in cantiere rispettivamente sulla società digitale ed educazione sentimentale, un secondo su giornalismo e conflitto - progetti che hanno sempre nella mediazione linguistica e interculturale il loro asse di orientamento.
Certamente, non mancano le criticità d’esordio: le esperienze che vengono dal mondo del lavoro e le relative esigenze di formazione e innovazione sono spesso poco organiche e discontinue  rispetto alle attese dell’attore universitario; società e mercato, quando rendono disponibili risorse, non sempre condividono in modo adeguato l’interesse per la ricerca e l’avanzamento del sapere, esprimendo una visione utilitarista dell’università. Ma erano e sono difficoltà prevedibili, che non ci devono far deflettere dal compito che è al cuore della terza missione: vertere ad unum processi e attori non eterogenei, sviluppando un atteggiamento proattivo con il duplice fine di produrre innovazione ma anche istanze critiche nei processi legati al mercato, e di produrre beni pubblici di natura educativa, sociale e culturale.